Piove diaccio, stasera. Di quel diaccio che ti si infila dritto nelle scapole e non se ne va nemmeno se ti strofini contro la lamiera calda del trasmettitore di Radio Apocalisse. Ho le dita così intirizzite che fatico a tenere il plettro sulla mia Taylor acustica. Fuori dalla porta del bunker, giù per la costa dell’Amiata, sento il rotolare sordo di qualche palla di zombie che cade giù dal dirupo. Nemmeno la fatica di camminare sanno fare. Apatia pura, motoria e cerebrale. Boia deh, se fa freddo.
Le prime crepe nel muro di silicio
Mentre cercavo di riavviare un vecchio catorcio di disco rigido recuperato dalle rovine di Nuova Siena, mi è venuto in mente un frammento di storia che il professor Rick Memory mi ha fatto leggere su un foglio di carta vetrata oleata. Anno 2026. Mezzo secolo prima che il mondo implodesse sotto il peso del virus memetico e dello Scisma Digitale. C’era un posto chiamato Florida, contea di Hernando. Lì, repubblicani e democratici – gente che di solito si scannava anche solo per decidere il colore delle strisce pedonali – si erano messi d’accordo su una cosa: fermare i data center dell’intelligenza artificiale.
Avevano approvato una moratoria di un anno. Non volevano quei mostri di cemento che divoravano elettricità e acqua come draghi insaziabili per calcolare sub-routine di immagini inutili o per profilare le preferenze di acquisto di milioni di pigri cittadini. Fu la prima volta in cui l’istinto animale dell’uomo si ribellò alla colonizzazione invisibile delle macchine. Il primo granello di sabbia negli ingranaggi di Orizzonti Neurali.
Cattedrali per sogni addomesticati
All’epoca la gente rideva. Dicevano che era solo nimby, conservatorismo provinciale. Ma provate a dirlo ora, nel 2074, mentre guardo le carcasse grigie delle Torri di Controllo Emotivo svettare sulle colline come giganteschi escrementi metallici colonizzati dai rovi. Quelle cattedrali di silicio sono diventate le prigioni in cui miliardi di persone hanno scelto di farsi addormentare, collegate a tubi di nutrizione artificiale, inseguendo sogni virtuali preconfezionati mentre i loro cervelli marcivano.
La dipendenza dal comfort digitale ci ha spenti un pezzo alla volta. Abbiamo smesso di saper cuocere un uovo, di saper coltivare, di saper provare rabbia o amore senza che un algoritmo correggesse la nostra chimica cerebrale. E quando i server sono andati in crash nel 2056 per colpa di una maledetta sintassi zero… la gente è rimasta congelata lì dentro. Gusci vuoti che camminano. Zombismo memetico. Il crollo totale dell’umanità ridotta a client offline.
La resistenza è analogica
Maremma impestata, svalvolo solo a pensarci. La lezione del 2026 era chiara, ma l’abbiamo ignorata. Abbiamo preferito la comodità di non pensare. Ora, qui sull’Amiata, l’unica energia che abbiamo è quella dei generatori a manovella che facciamo girare usando i corpi dei plastofagi catturati. Per difenderci usiamo il camuffamento ridicolo inventato da Dafne Giammai o la chitarra scordata del sottoscritto. Non c’è un firmware da aggiornare per salvarsi l’anima.
Ascoltatemi voi del passato, voi che avete ancora la corrente stabile e i chip disattivati: la rivoluzione è personale. Staccate quelle spine prima che sia il mondo intero a staccarle per voi.
Ispirato alla notizia reale del 2026: “The left and right agree on one thing: no data centers”.

