La Mente nel Barattolo: quando clonavamo i nostri pensieri

Lo sapevo che c’era qualcosa che non andava in quel maledetto scaldabagno biomimetico che ho recuperato tre mesi fa nei ruderi di Nuova Siena. È un catorcio rivestito di canapa pressata, ma scalda l’acqua che è una meraviglia. C’era solo una stranezza: quando la temperatura scende sotto lo zero, inizia a emettere un fischio leggero, una melodia familiare… il vecchio blues in mi minore che suono sempre io con la mia Taylor quando mi prende la malinconia. E se non tiro un’imprecazione toscana di quelle bibliche, un c’è verso di farlo partire.

Ieri mi si è gonfiato il fegato. Ho preso il cacciavite e ho forzato i sigilli della scatola di controllo, quella che sulle istruzioni c’è scritto di non aprire mai ‘pena la sanzione corporativa’. Mi aspettavo di trovarci una scheda elettronica, qualche microchip in silicio o un biosensore standard. E invece no.

Dentro quel barattolo di plastica riciclata c’era una capsula di vetro piena di liquido trasparente. E dentro, sospesa a mezz’aria tra decine di micro-elettrodi d’oro, oscillava una massa gelatinosa rosa, non più grande di una noce. Un DishBrain. Un processore biologico fatto di neuroni umani coltivati in laboratorio.

Maremma impestata, sono rimasto lì a fissarlo per mezz’ora col cacciavite in mano e il tanfo di aceto dello scaldabagno nelle narici. Ricordate le notizie del 2026? Quando gli scienziati iniziarono a integrare reti di neuroni umani coltivati in vitro nei computer, insegnando loro a giocare a Pong o a far girare i primi sistemi di calcolo organico? Ne parlavano tutti come della svolta ecologica: ‘il cervello consuma meno energia del silicio!’. Ecco com’è andata a finire. Hanno industrializzato i cervelli.

Ma il vero brivido mi è venuto quando ho collegato il mio vecchio terminale portatile alla porta diagnostica del barattolo per leggere il firmware. Volevo vedere da dove arrivava quella coltura cellulare. Sullo schermo a fosfori verdi è comparsa una stringa di dati criptati. Ho forzato la chiave e ho letto il codice del donatore originario: ‘ID-Bio: 884-TAB-SIENA-2036. Donatore: Andrea Tabacco. Materiale: Biopsia gengivale / cellule staminali pluripotenti’.

Ho dovuto sedermi sul pavimento diaccio. Quei maledetti oligarchi della salute del 2036, quando andai in ospedale a Siena per un banale dente del giudizio, mi avevano prelevato le cellule per clonarle, riprogrammarle in neuroni e venderle in lotti industriali alla fabbrica di elettrodomestici. Il mio scaldabagno non sta seguendo un algoritmo. Ha un pezzo del mio stesso cervello lì dentro. Ecco perché fischia il blues. Ecco perché è testardo ed è cinico quasi quanto me.

Stasera l’ho richiuso. Gli ho dato una pacca affettuosa sul rivestimento di canapa. ‘O Andrea’, gli ho detto, ‘stasera si fa a mezzo. Un po’ di acqua calda a me, e un po’ di silenzio a te.’ E lui ha smesso di fischiare.


Ispirato alla notizia reale del 2026: “Synthetic biological intelligence: human brain cells in a dish learn to play Pong and drive biocomputing in 2026”.