La Plastica che Scade: il consumismo biologico

Se c’è una cosa che odio di questo futuro di merda, sono gli oggetti che muoiono di vecchiaia programmata. Ma non parlo dell’obsolescenza dei chip come nel vecchio mondo. No, qui parliamo di biologia applicata al marketing. L’altro giorno ero da Gano, seduto sotto il portico a bere un bicchiere di grappa, quando all’improvviso si è sentito un rumore umido, tipo uno sgocciolamento viscido, seguito da un bestemmione toscano che ha fatto volare via i corvi dai castagni.

La sedia di Gano — una bellissima sedia da giardino in plastica verde ‘ecologica’ che aveva recuperato in un mercato di scambio — si era letteralmente sciolta sotto il suo culo. Nel giro di dieci minuti, le quattro gambe della sedia si sono trasformate in una pozzanghera di melma gelatinosa e maleodorante, lasciando il povero vecchio col sedere per terra nel fango. La sedia si era mangiata da sola.

Maremma impestata, questa è la Plastica Vivente. Vi ricordate le notizie del 2026? Gli scienziati erano tutti eccitati perché avevano inventato una plastica ‘intelligente’ che conteneva spore di batteri dormienti all’interno. Dicevano che era la soluzione definitiva contro l’inquinamento: una volta buttata, i batteri si svegliavano e la divoravano in sei giorni senza lasciare microplastiche. Sulla carta era una figata solarpunk. Ma poi sono arrivati i soliti colossi industriali e hanno pensato: ‘E se usassimo i batteri per costringere la gente a comprare sedie nuove ogni anno?’.

Ed eccoci qui nel 2074. Oggi ogni oggetto di plastica — dai secchi ai telefoni, dalle suole delle scarpe ai piatti — contiene spore batteriche collegate a un timer biologico o a un segnale radio. Se non compri ogni mese lo ‘Spray Inibitore’ della casa madre, o se smetti di pagare l’abbonamento di licenza dell’oggetto, i batteri si attivano e riducono il tuo acquisto in un cumulo di compost stantio.

Io porto ancora un paio di scarponi da caccia degli anni ’20, di quelli pesanti, di plastica tossica e indistruttibile. Sono brutti, rigidi, inquinanti come una petroliera, ma durano da cinquant’anni. I ragazzi del villaggio mi guardano come fossi un dinosauro con le mie scarpe di plastica ‘morta’. Loro preferiscono le scarpe viventi, quelle biodegradabili in abbonamento. Ma l’altro giorno uno di loro è rimasto a piedi nudi in mezzo al bosco perché gli era scaduta la licenza delle scarpe a metà cammino. Un c’è verso: la natura ti riprende tutto, specialmente se c’è di mezzo un ufficio legale.


Ispirato alla notizia reale del 2026: “”Living plastic” containing dormant bacterial spores self-destructs in days, eliminating microplastics in 2026″.